Il Silmarillion

29 aprile 2015

Recensione:  Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien

Il Silmarillion di J.R.R. TolkienHo procrastinato la stesura dei miei pensieri sul Silmarillion per troppo tempo. L’idea di parlarne mi era venuta già a febbraio, e mi dissi che per luglio dovevo aver finito. In realtà al 31 luglio non avevo scritto una sola parola al riguardo, e la bozza Silmarillion conteneva solo il nome dell’opera. Parlare di questo libro è avvilente, come lo è per tutti i grandissimi romanzi, come lo è per Ulisse, come lo è per Don Chisciotte, come lo è per Guerra e Pace.

Bisognerebbe leggerlo e basta.

Perché, non mi vergogno a dirlo, quest’opera è, al pari di Ulisse, una delle più straordinarie del Novecento, perché della letteratura novecentesca e dell’Ulisse rappresenta l’antitesi totale. Perché il novecento, lo sapete tutti, ha cercato in ogni modo di eliminare le convinzioni, le certezze e le verità della vita umana, per dirci che siamo qui, non sappiamo perché e il perché non c’è ne c’è mai stato.

E in mezzo a tutto questo un filologo che viveva in Sudafrica ed era follemente innamorato dell’Inghilterra, dell’Europa, delle Lingue e delle mitologie, trascorse la sua esistenza ad ideare un universo in cui quelle verità stavano ancora tutte in piedi. Dove il male era ancora il male e il bene doveva combatterlo. Perse tutta la vita su questo libro, fu il primo che cominciò a scrivere e l’ultimo che terminò, negli anni quaranta lo interruppe per dedicarsi al suo mitico incrocio tra il Niebelungenlid e la Seconda Guerra Mondiale (sapete il suo titolo, vero?).

Ma non divaghiamo e restiamo al Silmarillion come negazione del Novecento.
Lo è fin dalla prosa, una prosa vecchia di secoli, una prosa epica e scaldica. Epica nella sommarietà del linguaggio e scaldica nella costruzione sonora del testo. Si perché il Silmarilliuon inglese è scritto in prosa allitterante, noterete che l’originale è pieno di thin, thorn, that eighther eccetera, noterete che è difficilissimo da leggere ad alta voce. Noterete però, che se lo legge un madrelingua oxfordiano, il suono, quando si parla d’elfi, dona una pace magica.

Il lavoro che Tolkien fece per mettere insieme questa straordinaria opera è immane, tanto che, al di là di creare una trama con decine e decine di personaggi racchiusi in 300 pagine, arrivò in fine a porre le basi di ben 10 lingue e a crearne due in toto, il Quenya e il Sindarin, ottenute mischiando elementi di inglese, islandese, finlandese e italiano. E siccome il filologo non si fa mancare nulla, prendendo a modello base il finlandese, creò due lingue agglutinanti, la prima sintetica e la seconda, più evoluta, analitica.

Ma non sia solo il registro epico, è l’opera stessa ad essere mastodontica, nel suo abbracciare 9000 anni della terra di mezzo, dalla creazione alla distruzione dell’anello. Anche se, nella realtà, l’opera si concentra solo sulla prima età e sugli elfi, che forgiarono i 3 silmarillion (evidentissimo riferimento ai Sampo), tre pietre che donavano benessere a chi li possedeva. Prima vi è un prologo sulla creazione del mondo, dopodichè due appendici di 50 pagine, l’una sul regno di Nùmenor-Atlantide nella seconda era, l’altra sulle vicende dell’anello lungo il corso di tutta la terza era.
Intorno a queste si svolgono le vicende dei primi elfi e dei loro inimmaginabili avversari, di Morgoth-Lucifero e del suo fedele Sauron, dei Valar/angeli e dei Balrog/diavoli. Alcuni li ritroverete nel SdA, ma sono pochi, Galadriel, Olorin (che però avrà un altro nome) e non saprei chi altro.

Gli eroi, siano essi Feänor o Eärendil, Lùthien o Tùrin, hanno un che di biblico e qualcosa della mitologia norrena, il loro essere definitivamente buoni o cattivi viene qui incoronato dalla prosa epica (che nel signore degli anelli manca divenendo il vero punto debole della trilogia) e dalla disperazione di Tolkien per la scomparsa di punti fermi nel modernismo. I paesaggi, egualmente, hanno il respiro epico unito alla tecnica otto-novecentesca, vale a dire che le descrizioni non sono mai pesanti, ma al contempo le immagini del Beleriand, di Gondolin, dei boschi del Doriath, della Nan Tathren e di Valinor rimangono impressi vivi e colorati nella memoria, andando a costituire un immaginario da cui hanno attinto migliaia di artisti, Ted Nasmith su tutti. Penso che solo Lovecraft sia riuscito a scrivere descrizioni immaginifiche di una tale forza, chi è venuto dopo ha potuto solo copiare.

E a condire il tutto, ogni singolo nome è in elfico (Gandalf è Mithràndir, Saruman Curùnir), che indubbiamente aumenta le difficoltà nel destreggiarsi tra le decine di personaggi, ma dona al tutto una nota di esotismo incredibile, tanto che è forse ancora più facile immedesimarsi nelle vicende narrate.

Mi capita raramente di riaprire un libro, dopo aver finito di leggerlo. Nella mia vita ricordo essenzialmente tre casi. 1984, Il lupo della steppa e il Silmarillion. Se ai primi due sono legato da motivi meramente personali, sul Sillmarillion ho perso giornate intere con la testa da un’altra parte, e rimpiango sempre di averlo lasciato in Italia. A fine mese dovrò rimediare.

Se infine amate il Signore degli anelli, questa è una letteratura obbligatoria, onde apprendere parecchie informazioni utili alla piena comprensione della trilogia.

Il Silmarillion

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